FOTOCAMERE

l’evoluzione tecnica fino ai primi del ‘900. Le fotocamere a cassette scorrevoli

Di Alfredo Corrao. Prima pubblicazione in “ImagoRomae”, giugno 2011

#2 Le fotocamere a cassette scorrevoli

La fotocamera inizia così la sua “storia ufficiale”. La nascita della fotografia rivoluziona la comunicazione, l’informazione, la memoria, il costume. Incide, anche, profondamente nella nascente realtà industriale: già prima che l’invenzione fosse presentata all’Accademia delle Scienze di Francia, Daguerre ed il cognato Giroux fondarono la prima società al mondo per costruire fotocamere, subito seguita dalla Voigtländer che dal 1841 mette in commercio la sua fotocamera dagherrotipica, un oggetto diverso in tutto rispetto alla classica forma della camera oscura, sia per il materiale con cui era costruito, sia per il formato delle lastre, sia per l’ottica di cui era dotato e soprattutto per il design che lo caratterizzava. L’indotto creato dall’invenzione della fotografia è notevolissimo; limitandoci al mercato degli strumenti, degli accessori e dei materiali fotosensibili, è sufficiente far notare che la sola Voigtländer nel 1862 raggiunge la produzione di 10.000 lenti per obiettivo, e che a Dresda, per la produzione di carta albuminata, un’azienda arrivò ad usare circa 60.000 uova al giorno.

Modelli di fotocamere a cassette scorrevoli

In Italia la prima fotocamera ad essere costruita fu quella realizzata da Enrico Federico Jest a Torino nel 1839 assieme al figlio Carlo. Grazie alla traduzione del manuale di Daguerre ad opera dello stesso Jest, in diverse città italiane altri artigiani si dedicano alla costruzione di attrezzature per dagherrotipia seguendo le istruzioni degli appassionati fotografi dell’epoca, come Alessandro Duroni a Milano o Enrico Suscipj a Roma. Un apparecchio fotografico, ed il suo treppiede, costavano allora indicativamente 800 lire.

Baule con fotocamera a cassette scorrevoli e relativi accessori

La fotocamera a cassette scorrevoli tecnicamente presenta dei limiti: i movimenti di decentramento e basculaggio erano pressoché impossibili; solo l’ottica poteva, in alcuni evoluti casi, muoversi con un limitato decentramento verticale od orizzontale. Lo smontaggio della camera per il suo trasporto non era semplice ma, malgrado tutto, questa sopravvisse a lungo anche dopo la comparsa delle più pratiche macchine a soffietto perché molti fotografi apprezzavano la sua semplicità d’uso e la robustezza che la rendeva quasi indistruttibile.

La fotocamera dagherrotipica ideata dalla Voigtländer

La camera dagherrotipica costruita da Giroux era dotata di un’ottica ideata da Charles Chevalier, ottico parigino fornitore di obiettivi sia di Niépce che di Daguerre stesso. Il progetto ottico è costituito da una lente positiva e da una negativa: queste sono prodotte ciascuna con un diverso tipo di vetro (e pertanto caratterizzate da un potere di dispersione uguale e contrario) in modo da ridurre in maniera efficace l’aberrazione cromatica. Si tratta del doppietto acromatico convergente, costruito incollando una lente positiva a basso indice di rifrazione ad una lente negativa ad alto indice di rifrazione, in maniera da ottenere un sistema complessivamente positivo.

L’ottica ha una focale di circa 400 mm ed un’apertura di circa f/16. Per la dagherrotipia le lastre usate, in rame argentato, erano perlopiù nel formato 16,7 x 21,6 cm. Tra camera, treppiede e quanto necessario per lo sviluppo, il fotografo portava con sé circa 50 kg di attrezzatura per un costo complessivo iniziale di circa 500 franchi francesi (un dagherrotipo veniva venduto, nel 1840, al non proprio popolare prezzo di 100 franchi, ma questo non limitò affatto la sua diffusione, soprattutto per quelli i cui soggetti erano osé o addirittura proibiti: il nudo e la pornografia).

L’altra fotocamera dagherrotipica, quella messa in commercio dalla Voigtländer, per la sua particolare forma necessitava di peculiarità tecniche. La messa a fuoco veniva effettuata su un vetro smerigliato visibile attraverso il foro del cono posteriore; il piano di messa a fuoco si trovava in corrispondenza del punto di maggior diametro del cono stesso che veniva poi rimosso al fine di sostituire il vetro con la lastra per dagherrotipo le quali avevano una forma circolare, con un diametro di 8 centimetri.

L’obiettivo di questa fotocamera fu il primo della storia della fotografia calcolato con precisione, studiato appositamente per il “corpo macchina”. Progettato dal matematico austriaco Josef Maximilián Petzval fu poi sviluppato da Peter Wilhelm Friedrich von Voigtländer, nipote del fondatore dell’azienda. Si trattava di un’ottica per ritratto con una focale di 159 mm, dotata di notevole luminosità (f/3,7 o f/3.6, circa 5 stop meno del doppietto acromatico convergente), che consentì di abbassare drasticamente i lunghi tempi di esposizione portandoli dai 15-30 minuti necessari alla camera di Daguerre fino agli 1-2 minuti (in condizioni ottimali di luce).

Fotocamera dagherrotipica del tipo Daguerre – Giroux. Per calotipia e lastre al collodio umido, Parigi, ca. 1860

Lo schema ottico è costituito da quattro lenti raccolte in due gruppi acromatici positivi, piuttosto distanziati fra loro e separati dal diaframma; l’obiettivo presentava in corrispondenza dell’asse ottico una buona nitidezza che tendeva però a diminuire gradatamente verso i bordi dell’inquadratura. La focheggiatura avveniva tramite una ghiera dentata azionata dalla rotazione di una manopola la quale permetteva lo scorrimento, uno dentro l’altro, dei due corpi cilindrici di cui era costituito l’obiettivo. A muoversi rispetto al corpo della fotocamera era quindi la parte di obiettivo che reggeva i due gruppi ottici e non la parte posteriore dell’apparecchio in cui era inserita la lastra sensibilizzata, come nel caso della fotocamera Daguerre-Giroux.

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